Quando li vidi fu amore a prima vista, anche perché
furono i primi ad accorgersi di me. Daddy era alto e magro con due enormi
occhiali che lo facevano assomigliare, ma lo scoprii in seguito, allo schermo
di una TV, schermo che mi era stato di compagnia fin dai primi giorni di vita.
Pincopallo invece era la cosa più somigliante alla coperta peluminosa che da
sempre succhiavo nei miei tanti momenti di solitudine, aveva lo stesso odore,
la stessa consistenza, e si lasciava succhiare con la stessa paziente
disponibilità. Pincopallo era, ma lo scoprii in seguito, un incrocio fra varie
razze canine che mangiava quando poteva, ma quando poteva mangiava tutto. Daddy
e Pincopallo mi trovarono un pomeriggio di primavera vicino alla curva del
fosso Budrio, dove la strada per la cascina Staffora incrociava la via dei
campi. Ero vestito di poco, incastrato fra i rami di un biancospino, senza
nessun graffio e senza nessuna voglia di godermi in silenzio il tepore della
campagna. I miei vagiti avevano attirato l'attenzione di Daddy e Pincopallo,
pensavano ad una lepre intrappolata, e tale e tanto fu il loro stupore nel
ritrovarsi davanti il sottoscritto, che restammo tutti e tre per alcuni istanti
impalati a guardarci, col fiato sospeso. Poi io ruppi l'atmosfera con il mio
pianto disperato, avevo fame. Pincopallo ululò, anche lui aveva fame, Daddy
cercò di zittirci tutti e due, ma la sua pancia brontolava perché anche lui
aveva fame.
Andammo tutti e tre alla cascina Staffora a cercare qualcosa da
mettere sotto i denti per loro, sotto le gengive per me. Alla cascina Staffora
viveva una sola famiglia, una coppia di anziani contadini, Agnese e Marino.
Agnese era piccola e grassoccia, ma svelta a fare e a capire, in più profumava
di latte. Agnese si occupava della piccola stalla, del porcile e del pollaio.
In men che non si dica stavo succhiando avido da un beverino per conigli
tiepido latte di capra appena munto.
Per Daddy comparvero due uova da bersi, la
sua passione, accompagnate da una fetta di pane spalmata di miele. A Pincopallo
venne servito un pastone, orribile a vedersi, ma certamente gustoso. Lo mangiò
in un attimo e non finiva mai di leccarsi il muso e le zampe (le aveva messe
nel tegame del pastone quel maleducato).
Marino tornò dai campi che faceva buio, ci trattenne
a cena e poi il giorno dopo a colazione e poi non andammo più via. Io venni
chiamato Abruno.
Vi devo una spiegazione. Quando mi trovarono avevo
al collo una catenina con appesa una medaglietta d'oro con scritto su un lato:
a Bruno 30/10/ 1999,
e sull'altro:
" che dalla morte
fuggire tu possa
scambiando parole con una
mossa"
Di me e della mia famiglia non seppi mai
nient'altro, forse perché non c'era niente da sapere o forse perché la mia
famiglia ora era questa, gli abitanti della cascina Staffora.
Diventai grande di nascosto, imparai tutto quello
che so da i miei amici, dagli animali, dalla vita nella cascina e dalla
televisione.
Ora so leggere, so scrivere, so aiutare nei lavori
dentro e fuori di casa, gli animali non hanno più segreti per me, so pescare,
so imitare il verso della civetta, so di essere diventato grande, oramai ho
sette anni.
Proprio il giorno del mio settimo compleanno alla
televisione parlarono per la prima volta del buio pesto che da tempo copriva le
terre dei ghiacci e che si stava spostando verso Sud. Il giornalista che per
primo era riuscito a filmare lo strano fenomeno si era lentamente oscurato e
poi sparito alla vista e all'udito, al suo posto Buio Pesto, assoluto, totale,
perenne. Per fortuna la cascina Staffora era lontanissima in chilometri ed
immaginazione da quei posti, io ero felice e tutto andava a gonfie vele.
Ma le vele un poco alla volta si sgonfiarono. Buio
Pesto avanzava, lento ma ineluttabile in tutto il mondo, nessuno sapeva come
fermarlo e la gente scappava davanti a lui. Esperimenti e teorie funzionavano
solo nei laboratori, sul campo venivano inevitabilmente inghiottiti da Buio
Pesto, per sempre. Le prime nazioni al confine col paese dei ghiacci erano
sparite e con esse le persone e gli animali che non erano riusciti a scappare
in tempo. Buio Pesto venne arginato da lunghe e alte salsicce gonfiabili ma se
le inghiotti. Buio Pesto venne illuminato a giorno da fari e fotocellule ma assorbì luce e fari. Buio Pesto venne
bruciato dai lanciafiamme ma le fiamme vennero risucchiate dentro di lui. Buio
Pesto fu allora bombardato: non si sentirono gli scoppi e non si videro le
fiamme. Fu allora che la gente si mise a pregare e a piangere. Anche dalle
nostre parti si videro arrivare i primi fuggitivi, con le poche cose che erano
riusciti a salvare e con la paura negli occhi. Nessuno voleva raccontare,
nessuno voleva ricordare, nessuno voleva rivedere: ma Buio Pesto inesorabile
avanzava e… arrivò alla Staffora.
Ricordo ancora quel pomeriggio, era luglio, era
caldo, il paesaggio tremolava nell'aria, il ronzio degli insetti era l'unico
rumore nei dintorni e coccolava il mio pisolino del pomeriggio. All'improvviso
il latrato di Pincopallo si alzò lugubre e strozzato nell'aria afosa del
pomeriggio.
Io mi svegliai spaventato, sudato e con i capelli
che mi stavano ritti in testa. La mia mano corse alla medaglietta che tenevo al
collo, mi piaceva stringerla fra le dita le volte che, poche per fortuna,
qualche brutto sogno mi agitava il sonno. Alla finestra vidi Pincopallo che nell'aia
guaiva disperato e Daddy che cercava di calmarlo; all'intorno il paesaggio
sembrava sempre uguale, tremolante. Ma non era così, verso il fosso Budrio
l'aria era ferma, fosca, nebbiosa e a poco a poco il fosco si avvicinava,
togliendo alle cose i colori e i rumori e inghiottendo tutto: era Buio Pesto.
Chiamai Marino, ma era nei campi, chiamai Agnese, ma era nella stalla, chiamai
Daddy ma stava aiutando Pincopallo che, terrorizzato, si era impigliato nella rete dell'orto nel tentativo di
fuggire nei campi. Nessuno ascoltava i miei richiami, nessuno sentiva le mie
grida e Buio Pesto avanzando dai campi, arrivò al pollaio, alla stalla, lento
ma inesorabile, arrivò all'orto e poi all'aia. In un attimo avevo perso i miei
amici, i miei parenti, i miei fratelli, la mia vita.
Urlai, una due, dieci volte, forte, più forte di
qualsiasi altra volta, e strinsi la medaglietta forte, così forte che si
strappò dalla catenina e mi cadde. Buio Pesto entrava dalla finestra, Buio
Pesto saliva dalle scale ed io ritrovata la mia medaglietta lessi per l'ultima
volta la scritta:
" che dalla morte
fuggire tu possa
scambiando parole con una mossa"
e poi gridai, sbraitai, mi divincolai e pestai i
piedi, come mai li avevo pestati e… successe che Buio Pesto si fermò, io
ripestai e Buio Pesto rinculò, " che dalla morte fuggire tu possa
scambiando parole con una mossa"
allungai un pestone e Buio Pesto si ritrasse ancor di più…" che dalla
morte fuggire tu possa scambiando parole con una mossa"…Pesto il Buio e
lui si ritrae pensai, pestandolo, e capii il mistero della medaglietta:
" che dalla morte fuggire tu possa scambiando
parole con una mossa". Pesto il Buio, Pesto il Buio, Pesto il Buio e
sempre pestando scesi le scale ed uscii nell'aia e lui si ritraeva, arrivai
pestando all'orto e rividi Daddy e Pincopallo, stupidi e stupiti, mi aiutarono
a pestare e il Buio Pesto pestato e ripestato si ritraeva. Andammo verso la
stalla e ritrovammo Agnese e con lei pestammo verso i campi, spingendo le
mucche, che pestavano con noi. Ritrovammo Marino coi cavalli e pestammo tutti
assieme verso i confini della cascina e lì dopo una breve discussione decidemmo
di dividerci, ognuno verso una direzione, a pestare e liberare altre cascine,
altre persone, altri animali, altri paesi, città, forse anche il mondo.
Io andai verso Nord, seguendo il fosso Budrio. Sto
oramai pestando da diverse settimane, assieme a molte altre persone incontrate,
ora amici, con i quali stiamo liberando tutto il mondo dal Buio Pesto. Non so
come e quando finirà questa storia ma so che quando sarà finita saremo più
felici e più amici. Io continuo a pestare e a ringraziare chi mi ha lasciato al
collo la medaglietta, forse un giorno lo incontrerò o forse no, grazie, grazie
di cuore, ma ora scusate devo pestare verso di la, ciao, arrivederci, buona
fortuna.